Nyco Ferrari: «Ambaradan porta una brezza di speranza»

È uscito "Ambaradan", il nuovo singolo del cantautore Nyco Ferrari per GolpeMusic (distribuzione Sony Music Italy). Il pezzo, un invito a superare le proprie paure, segna un nuovo capitolo del viaggio musicale dell’artista, figlio di anni trascorsi nelle metropoli di tutto il mondo. Ecco cosa ci ha raccontato in occasione della sua uscita!

Raccontaci come ti sei avvicinato alla musica e come hai mosso i tuoi primi passi in questo settore tanto meraviglioso, quanto complesso.

«Il mio rapporto con la musica è una relazione amorosa che ha superato varie crisi, fino ad approdare a questo rapporto di mutuo scambio reciproco, nel quale io do la vita per lei, e lei mi da Vita. Il colpo di fulmine è scattato da ragazzino, al mare, quando ho visto un gruppetto di ragazzi e ragazze cantare Baglioni tutti assieme, al tramonto, attorno ad una chitarra. L’anno dopo la chitarra attorno alla quale si pomiciava in spiaggia era la mia. Un altro anno, e al posto di Baglioni strimpellavo le mie canzoni. Non mi sono più fermato».

 

Il tuo nuovo singolo «Ambaradan», invita a superare le proprie paure e soprattutto ad affrontare i propri problemi. Quando è nato e perché hai sentito che fosse il brano giusto da rilasciare in questo momento del tuo percorso artistico?

«Sai, a volte scrivi canzoni e ti accorgi di quello che volevi dire solo molto dopo, a volte anche anni dopo. Con 'Ambaradan' non mi sono reso conto quanto stessi parlando di me fino alla pubblicazione del video, quando vedendo come erano state tradotte in immagini le mie parole, mi ci sono rivisto per davvero, comprendendo quanto fosse un messaggio per me, senza che lo sapessi. La canzone è nata in un flusso di coscienza in un’unica sessione di studio, e risentiva certamente di molte influenze musicali del momento non volevo aspettare troppo a condividerla con voi perché penso che anche le canzoni siano 'Best before… una certa data'. Non dico che poi scadano, però non sono più fresche. Poi tenevo a farla uscire a inizio marzo perché è una canzone che porta brezza di speranza, ma non ancora la vita dell’estate. Chi la ascolta deve sentire ancora un po’ il freddo nelle ossa per capirla».

 

La produzione, firmata Jiz, mescola tanti generi diversi e che si sposano molto bene l’uno con l’altro…

«Jiz è un genio. Punto. Riesce a trovare nelle canzoni il ritmo nascosto. Lo porta in primo piano, e ti fa ascoltare una musica che nella tua testa non riuscivi a sentire. Poi ha una cultura musicale e dell’ascolto molto vasta, e intuisce cosa si può mischiare, o come si può mettere assieme ciò che assieme non dovrebbe starci. Ci mette mano lui e… funziona! Direi che è un chimico del suono».

 

Come si può ritrovare il senso di tutto o anche solo fare ordine nella propria vita senza snaturarsi e rimanendo fedeli a sé stessi, pur commettendo errori lungo il percorso? Ti chiedo anche quali sono stati questi errori.

«Commettendo errori, appunto. Gli errori ci lasciano cicatrici che ci ricordano come non sbagliare nuovamente. Ma penso anche che l’importante non sia non sbagliare, ma sapere perché si sbaglia. Se commettiamo un errore per essere fedeli a qualcosa che crediamo giusto, è un errore? Paradosso: musicalmente parlando, direi che un mio errore è stato voler essere troppo me stesso. Sono contendo di questo, perché in passato mi ha portato ad esplorare strade e suoni senza pensare ad un pubblico. Ma la musica è comunicazione, e la comunicazione è sempre collettiva. Con il tempo ho imparato ad ascoltare chi mi ascolta, o chi fa musica con me, accettarne le critiche, e trovare una nuova strada, meno egocentrica e meno gelosa delle mie idee, pronta ad accogliere gli spunti che vengono da fuori. Ecco, avrei voluto capirlo prima.»

 

Sei un artista che ha fatto del mondo la propria casa, tra Londra, New York, Dublino e Shanga, giusto per citare alcuni luoghi in cui hai avuto il piacere di suonare. Come ti hanno influenzato queste metropoli e come contribuiscono tutt’ora ad arricchire ed ispirare la tua musica?

«Vivere in luoghi diversi ti fa capire che tutto può sempre essere diverso. Che ciò che sembra strano qui può essere normale altrove. Semplicemente, sono state esperienze che mi hanno reso un po’ più libero. E non solo musicalmente. Direi che la sintesi di ciò che ho imparato all’estero è quanto comunico in live. Lì rivive davvero un po’ lo Smalls del Village, il Duc de Lombard di Chatelet, i vecchietti che fanno TaiQi in Ren Min Guan Chang e i buskers di Covent Garden».

 

La sperimentazione musicale di cui vai più fiero?

«Il pop. Io vengo da una musica molto introspettiva, che poi si è gradualmente ibridata con il Jazz (sto per diplomarmi al Conservatorio il Canto Jazz, appunto) e con il new soul stile Robert Glasper e Hiatus Kayote. Ma quello che mi interessa nella musica è comunicare con gli altri, e la complessità non ha mai aiutato. È qui che ho inziato a cercare una formula semplificata per comunicare la complessità. Un pop di contenuto, diciamo. Ambaradan, attualmente, è davvero la sintesi della mia ricerca in questa direzione».

 

Nel video ti vediamo come un personaggio alla ricerca della libertà. Se dovessi dire chi è veramente e pienamente Nyco a chi leggerà questa intervista, come ti racconteresti?

«Mi fa strapiacere che anche dal video di 'Ambaradan' (la cui regia è di Francesca Stano) si veda quest’esigenza di libertà, perché è proprio questa LA Ricerca su cui fondo tutta la mia esistenza. E penso che lo si veda e lo si senta anche guardando il video di 'Domenica' (quale giorno più libero?), 'Zingaro' (chi è più libero di uno Zingaro?), o nel video di 'Con te', in cui canto di un amore che deve essere libero e uguale per tutti. Per me il video è una specie di momento terapeutico (ho appena inventato la video-terapia?) in cui per 3 minuti (che in realtà sono sempre il risultato di due settimane di lavoro) posso sperimentarmi in una particolare veste, in un particolare aspetto di me, quello che voglio comunicare con la canzone. Quindi se dovessi raccontarmi mi piacerebbe farlo attraverso i testi e i video delle mie canzoni, tramite i quali da angoli diversi provo sempre, di volta in volta, a definirmi e a conoscermi meglio».

 

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